lunedì 2 aprile 2012

La passione ci salverà










Bellissimo e profondamente vero questo intervento di Ken Robinson sui paradigmi dell'educazione.
La sfida è importante e urgente: creare le condizioni per esprimere i talenti e vivere con passione.
A patto di farlo noi per primi. Altrimenti non riesce.

martedì 13 settembre 2011

Quando le differenze sono un valore


In questo video un'interessante approccio all'altro che contiene consigli importanti sul come fare a superare le differenze e a trasformarle in un valore condiviso.
Sul sito di TED la versione con i sottotitoli in italiano.

lunedì 2 maggio 2011

Come le parole possono cambiare il mondo

L'ha segnalato su Facebook il mio amico e collega Stefano Cera.
La storia la conoscevo, e sono contenta che adesso sia anche un video.
Potentissimo e verissimo, dimostra una volta di più quanto sono importanti le parole e quanto quelle giuste nel modo giusto possano cambiare il mondo.


venerdì 29 aprile 2011

La vulnerabilità è una benedizione

 In questo video di Brene Brown i risultati delle sue ricerche e preziose indicazioni su dove e come guardare.

giovedì 28 aprile 2011

La terza posizione è la chiave per la pace

"Negli ultimi 35 anni ho lavorato in alcuni dei più pericolosi, difficili e complessi conflitti nel mondo.
Devo ancora vedere un conflitto che non possa essere trasformato.
Non è facile, ma è possibile. 
Dipende da noi." 
William Ury

In questo video William Ury, uno dei più autorevoli esperti di negoziazione e mediazione, spiega come realizzare la "terza posizione" che è alla base della possibilità di risolvere qualsiasi conflitto.

martedì 26 aprile 2011

A proposito di leadership

Una lezione emozionante ed efficacissima sui diversi modi di dirigere un'orchestra.
Molto su cui riflettere.

mercoledì 2 marzo 2011

La Hod e la pratica dell'empatia

La rivista Brandcare dei magnifici Alessandra Colucci e Vincenzo Bernabei.
A pagina 84 l'articolo che ho scritto per loro sulla Sephira Hod.

mercoledì 22 dicembre 2010

lunedì 20 dicembre 2010

Metodo negoziale

Le slides del mio collega e amico Stefano Cera presentate al convegno " La mediazione e la gestione costruttiva delle controversie: prospettive per un’applicazione efficace", in cui eravamo corelatori, che si è tenuto a Roma giovedì 16 dicembre scorso.

venerdì 17 dicembre 2010

Ascoltare per mediare

Le slides del mio intervento di ieri al convegno "La mediazione e la gestione costruttiva delle controversie: prospettive per un’applicazione efficace".

martedì 16 novembre 2010

Faccio il conciliatore, dunque lo sono

In Italia è stata introdotta in modo organico solo a partire dagli anni ’90, pur essendo una pratica già largamente diffusa e consolidata in altre parti del mondo.
In realtà quella della soluzione “mediata” dei conflitti è una pratica antichissima, di cui si trovano tracce a partire dalla civiltà sumerica.
Verrebbe quindi da dire che la propensione alla mediazione è insita nella natura più profonda degli esseri umani.
Da ciò la considerazione che se la conciliazione stenta ad essere adottata come pratica diffusa le ragioni sono da ricercare piuttosto in meccanismi di tipo culturale.
Proveniente per osmosi dai paesi anglosassoni, notoriamente pragmatici, questa modalità di approccio e gestione, prima ancora che di soluzione, dei conflitti è andata in rotta di collisione con la mentalità che domina l’Occidente.
Per secoli, infatti, abbiamo respirato una cultura “avversariale”,  fondata cioè sull’essere avversari, sul dover scegliere tra l’uno o l’altro, sul dover stabilire torti e ragioni prendendo posizioni e ragionando per esclusione.
Tutto ciò, fatalmente, ha portato la nostra società a cercare le soluzioni alle liti nei tribunali, cioè in luoghi in cui un giudice stabilisce, applicando le leggi, chi ha ragione e chi torto.
Da qui i tribunali intasati di cause e i conseguenti tempi estenuanti di soluzione delle liti.
Da queste ultime constatazioni nascono due differenti considerazioni: in primo luogo l’allungarsi dei tempi di soluzione spesso comporta ulteriori aggravi, in termini economici ed emotivi, su parti che già sono, in qualche modo, penalizzate dal conflitto in cui si trovano. In secondo luogo spesso le soluzioni non sono percepite come tali, nel senso che se alla fine del processo qualcuno avrà “vinto” la causa inevitabilmente l’altro l’avrà “persa”.

La conciliazione rappresenta il tentativo concreto di andare oltre la logica dell’avversarietà per promuovere quella dell’alleanza, dell’accordo amichevole e condiviso. E’ un rovesciamento di paradigma che in primo luogo deve avvenire all’interno di chi sceglie di intraprendere questa strada diventando conciliatore.

Il processo stesso della conciliazione impone questo salto di paradigma, poiché è proprio il conciliatore e la sua abilità ad essere determinante sul positivo esito dell’attività che svolge.
Le abilità relazionali del conciliatore, infatti, svolgono un ruolo determinante a partire dall’approccio, per proseguire nella gestione e per finire nella risoluzione del conflitto di fronte a cui si trova.
Prima ancora che essere un percorso per acquisire delle tecniche, la scelta di abbracciare questo ruolo implica un percorso personale, in cui è necessario prima di tutto ammettere e riconoscere che l’educazione e la cultura in cui si è vissuti hanno inevitabilmente prodotto pregiudizi e stereotipi. Un buon mediatore è colui che arriva a considerare relativo, e quindi mutevole, qualcosa che è abituato a pensare come assoluto. L’ideale è essere così forti da non rimanere attaccati alle nostre opinioni e vincere la paura dell’imprevisto.

Occorre essere capaci di  accettare, riconoscere pari dignità alle persone rinunciando alle presunte certezze e verità assolute in favore della relazione.
Pur rimanendo “equidistante” - o meglio “equivicino” - ai suoi interlocutori, il conciliatore sa accoglierli così come sono, ascoltarli e capire il loro mondo, comprendere il loro punto di vista non filtrandolo attraverso il suo.

Questo atteggiamento di apertura è base e fondamento di tutto il processo e su di esso si baseranno la fiducia che saprà conquistarsi e l’autorevolezza con cui guiderà gli interlocutori lungo la strada che li porterà a trovare un accordo soddisfacente  e condiviso.
Su questa apertura si fonderanno le scelte che farà lungo la strada, il modo in cui saprà raccogliere le informazioni che gli servono per riannodare i fili interrotti della comunicazione disfunzionale tra gli interlocutori, scegliendo di volta in volta le modalità più opportune.
E’ su questo tipo di disposizione dell’essere che si dipana il fare nella gestione del conflitto, dalla stretta di mano iniziale degli interlocutori con il conciliatore a quella finale degli interlocutori tra loro.

Bibliografia
Bruni A.  – Conciliare conviene – Maggioli Editore – 2007
De Sario P. – Professione facilitatore – Franco Angeli -  2005
Harris, T. – Io sono Ok – Tu sei OK – BUR 1987

lunedì 15 novembre 2010

L’ascolto nella mediazione

L'ascolto, in una mediazione, serve a produrre due enormi vantaggi: raccogliere dati preziosi, e dare importanza agli interlocutori (ottenendone in cambio, come naturale conseguenza).
Ascoltare è molto diverso da “sentire.
E’ molto lontano anche da “rispondere”, lontanissimo da “replicare”.
L’opposto di “discutere”.

La richiesta di ascolto è connaturata ad ogni essere umano: chiunque ha bisogno di riconoscimento, cioè di  essere riconosciuto dagli altri nella propria identità, nel proprio io e nelle proprie esigenze e difficoltà (in genere reali, a volte presunte...) ed aspirazioni.

Un mediatore capace di ascoltare riesce a conoscere meglio l'altro e, quindi, a tenere meglio sotto controllo la componente emotiva del rapporto che, non potendo essere eliminata del tutto, va gestita in modo efficace.
L’arte di ascoltare può essere imparata. La strada verso la padronanza di quest'arte passa attraverso l'ascolto attivo, cioè un modo di ascoltare che non si limita a recepire, ma che "prende l'iniziativa" per stimolare e gratificare la controparte, e in tal modo testimoniarle riconoscimento. Per offrire questa testimonianza nel miglior modo possibile bisogna sforzarsi di non giudicare. Si accetta l'altro com'è, semplicemente lo si ascolta, e anzi gli si dimostra che si va oltre l'ascolto, si punta alla comprensione. Le tecniche per conseguire questo obiettivo sono diverse e articolate, pur se sostanzialmente semplici e di facile padronanza.

L’ascolto attivo permette di raggiungere diversi obiettivi importantissimi per l’esito finale di una mediazione:
  1. aiuta a risolvere i problemi degli altri dando loro l’occasione di parlarne e di chiarire, così, il loro pensiero;
  2. riduce la tensione e dare all’altro la possibilità di sfogarsi, liberando l’atmosfera da tensioni e ostilità;
  3. facilita la collaborazione da parte di chi, sentendosi accolto ed accettato, smette di difendere ad ogni costo il suo punto di vista;
  4. promuove la comunicazione che spesso si interrompe perché una delle parti ha smesso di ascoltare;
  5. sviluppa una mente attiva nella costante ricerca di ciò che sottende l’argomentazione posta al livello cognitivo;
  6. può accrescere il concetto di sé e dell’altro che acquistano pari dignità, pari livello e pari valore.

Ascolto attivo significa:
1. sospendere i giudizi, non definire l'interlocutore o quello che dice. Dobbiamo solo seguire il suo pensiero, ascoltate per capire e non per giudicare;
2. osservare ed ascoltare, raccogliendo tutte le informazioni necessarie sulla situazione contingente;
3. mettersi nei panni dell'altro, cercare di assumere il punto di vista del proprio interlocutore e condividendo le sensazioni che manifesta;
4. verificare la comprensione, facendo domande, parafrasando, chiarendo, riassumendo ciò che abbiamo capito o gli aspetti concreti di ciò che l’interlocutore ci ha detto.

Le ''Sette Regole dell'Arte di Ascoltare'' di Marianella Sclavi:
  1. Non avere fretta di arrivare a delle conclusioni. Le conclusioni sono la parte più effimera della ricerca.
  2. Quel che vedi dipende dal tuo punto di vista. Per riuscire a vedere il tuo punto di vista, devi cambiare punto di vista.
  3. Se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva.
  4. Le emozioni sono degli strumenti conoscitivi fondamentali se sai comprendere il loro linguaggio. Non ti informano su cosa vedi, ma su come guardi.
  5. Un buon ascoltatore è un esploratore di mondi possibili. I segnali più importanti per lui sono quelli che si presentano alla coscienza come al tempo stesso trascurabili e fastidiosi, marginali e irritanti, perché incongruenti con le proprie certezze.
  6. Un buon ascoltatore accoglie volentieri i paradossi del pensiero e della comunicazione interpersonale. Affronta i dissensi come occasioni per esercitarsi in un campo che lo appassiona: la gestione creativa dei conflitti.
  7. Per divenire esperto nell'arte di ascoltare devi adottare un metodo umoristico. Ma quando hai imparato ad ascoltare, l'umorismo viene da sè.
E per finire una carrellata sulle cattive abitudini (e pessima educazione) per riconoscere a colpo d'occhio di quelli che non ascoltano:

   1. interrompono
   2. saltano alle conclusioni
   3. finiscono la frase mentre l’altro sta ancora parlando
   4. cambiano argomento di frequente
   5. non fanno attenzione al linguaggio del corpo
   6. non rispondono a ciò che gli si dice
   7. non fanno domande e non danno un feedback
   8. cercano di convincervi con la logica
   9. svalorizzano
  10. interpretano
  11. consolano
  12. danno ordini
  13. mettono in guardia
  14. fanno la predica.


Bibliografia
Burley –Allen M.  – Imparare ad ascoltare – Franco Angeli  2003
Liss J. – L’’ascolto profondo – La Meridiana 2004
Fisher R. Brown S. – Troviamo un accordo  Corbaccio 2008


giovedì 1 luglio 2010

CNV: Esprimere richieste chiare e negoziabili

Dopo aver chiarito a noi stessi di cosa abbiamo bisogno per stare bene adesso formuliamo le nostre richieste in termini di azioni che spiegano cosa possono fare gli altri perché questo succeda.

Nel farlo di solito commettiamo una serie di errori:

1. usiamo un linguaggio vago per indicare come vorremmo che una persona fosse o si sentisse senza precisare le azioni che vorremmo che facesse. “Voglio che tu mi ami!” può essere una richiesta incomprensibile piuttosto che “Mi piacerebbe tanto che quando ci incontriamo mi abbracciassi, cosa ne pensi?”

Le frasi vaghe, astratte, ambigue possono essere fraintese, una richiesta poco definita può bloccare la comprensione o può essere vissuta come eccessiva: “Ho bisogno della tua attenzione!” piuttosto che “Vorrei parlarti di una cosa importante, quando può essere un buon momento per te?” 

2. usiamo le domande indirette, che creano spesso irritazione : “Ho sete” invece di “Potresti portarmi un bicchier d’acqua?”.
Una domanda indiretta presume che l’altro capisca la richiesta implicita nelle nostre parole e questo non è per niente certo, e da la sensazione a chi la riceve di essere manipolato.

3. chiediamo ciò che non vogliamo invece di chiedere ciò che vogliamo: “Voglio che non lavori troppo” piuttosto che “Vorrei che tu passassi più tempo con me e i bambini”


Più chiaramente esprimiamo quello che desideriamo e più facilmente possiamo ottenerlo.
Esprimere ciò che desideriamo è molto diverso dal dare ordini.
Quando ordiniamo vogliamo obbligare l’altro a cambiare i suoi comportamenti. Quando le nostre richieste sono negoziabili ed espresse come proposte creiamo una relazione autentica, basata sull’empatia e sulla comprensione reciproca che serve a dialogare e a soddisfare tutti..

lunedì 28 giugno 2010

CNV: Riconoscere le necessità, i bisogni, i valori

Quando proviamo emozioni negative stiamo così male che pur di uscire da questo stato tendiamo a dare la colpa a qualcun altro: “Sono arrabbiato perché tu/ perché i vicini/ perché mio padre/ perché il lavoro .... ecc. ecc.
Questa modalità da vittima attribuisce all’altro la responsabilità di ciò che viviamo e gli consegna la “chiave” del nostro benessere garantendoci di rimanere nelle situazioni spiacevoli.

Emozioni e sentimenti sono come le spie del cruscotto di un’auto e servono a segnalare se un bisogno è soddisfatto o no.
Riconoscere ed accogliere le emozioni porta vantaggi significativi:
1. non dobbiamo più essere vittime indifese dei comportamenti degli altri
2. possiamo esprimere quello che sentiamo per incoraggiare la cooperazione degli altri, anziché la loro opposizione.

Gli altri possono stimolare le nostre emozioni, ma siamo noi a crearle scegliendo come “prendere” ciò che ci dicono e fanno.

In termini pratici questo significa che le opzioni disponibili si moltiplicano.

Se qualcuno ci dice “Sei la persona più egoista che io abbia mai conosciuto!!!!” noi possiamo:

1) sentirci colpevoli: “Si, sono egoista e dovrei essere più sensibile con gli altri”
Accetiamo il suo punto di vista dell’altro e ci facciamo carico della colpa. Risultato: ci sentiamo colpevoli, depressi carichi di vergogna

2) contrattaccare: “Non hai diritto a dirmi questo, con tutto quello che faccio sempre per venire incontro alle tue esigenze, l’egoista vero sei tu!”
Restituiamo protestando, ci arrabbiamo. Risultato: litighiamo.

3) ascoltare i nostri sentimenti e necessità: “Quando mi dici che sono egoista mi sento triste e stanco perché vorrei anche che tu riconoscessi gli sforzi che faccio spesso per venire incontro alle tue necessità”
Centrando l’attenzione in noi scopriamo cosa ci ferisce di più e quale bisogno non viene soddisfatto.

4) usare l’empatia per capire i sentimenti e le necessità dell’altro: “Ti senti offesa perché avresti bisogno che si tenessero più in conto le tue necessità?” 
Invece di colpevolizzarci o colpevolizzare l’altro per ciò che ha detto ci mettiamo in un atteggiamento empatico che cerca di chiarire cosa l’altro esattamente prova e di cosa ha bisogno.

venerdì 25 giugno 2010

CNV: Identificare ed esprimere emozioni e sentimenti


Chi di noi non si è sentito dire, almeno una volta nella vita
 “I bambini grandi non hanno paura! “ oppure “Le bambine buone non fanno i capricci!” ?
Queste, ed altre frasi simili, ci hanno portato a coltivare nel tempo gli aspetti cognitivi della nostra intelligenza, tralasciando quelli legati al riconoscimento delle nostre emozioni.
Anzi, a dirla tutta, siamo stati incoraggiati a sopprimerle, a nasconderle, a evitarle.

I bravi bambini e le brave bambine che siamo diventati hanno imparato a soffocare quello che sentono, a non occuparsi di se stessi e a dedicarsi agli altri, magari facendo di tutto per farsi accettare ed approvare.

Siamo quindi diventati adulti più o meno nevrotici che se si arrabbiano pensano di essere “manchevoli”, o “inadatti” o “ inadeguati”.  In ogni caso “non abbastanza” qualcosa.

Per essere amati ed avere il  nostro posto nel mondo abbiamo imparato ad evitare di ascoltare ciò che sentiamo e a dedicarci ad ascoltare quello che vogliono gli altri.
Perdere il contatto con se stessi e soffocare emozioni e sentimenti è faticoso e doloroso e crea un grande malessere che “da grandi” tentiamo di anestetizzare in vari modi: alcool, droghe, fumo, lavoro, sesso ecc. ecc.
Siamo diventati così poco capaci di sentire e riconoscere ciò che sentiamo che facilmente quando diciamo “Sento”, in realtà diciamo Penso o Credo. 
Oppure diciamo “Sento” per dire ciò che crediamo di essere. 
Ad esempio : “Mi sento incapace come padre” è un giudizio su di se, ciò che sento davvero è “Mi sento frustrato e stanco”      
Oppure in realtà interpretiamo il comportamento dell’altro
Ad esempio dicendo “Mi sento insignificante per mio padre” in realtà esprimo come credo che mio padre  mi giudichi.
Dicendo “Mi sento incompreso”  indico in realtà il livello di comprensione dell’altro e quando  “Mi sento ignorato” interpreto il comportamento dell’altro e dico in realtà “Tu mi ignori”.

mercoledì 23 giugno 2010

CNV: Osservare i fatti senza valutare


Ciascuno di noi vive portandosi a spasso una potente voce interna che critica e svaluta noi e gli altri allontanandoci dalla soluzione dei problemi.

Le regole del “saper vivere” che abbiamo imparato da genitori, insegnanti ecc. ci hanno imposto una lunga serie di limiti attraverso il meccanismo di “punizione e premio”.

Questo sistema di insegnamento  è così radicato in noi che non ci rendiamo conto dei suoi effetti negativi  e cioè dell’essere divisi in un Giudice che condanna e in una Vittima/colpevole sempre più debole e prigioniera.

Il dialogo interno critico ci allontana dai nostri bisogni profondi tanto che smettiamo di agire nella direzione utile a soddisfare le nostre necessità fino ad arrivare a stati più o meno gravi di depressione, che altro non è che uno stato di mancanza di contatto con noi stessi, con le nostre necessità e con le nostre forze  e azioni creative.


Ci servono quindi energie e attenzione per individuare questi  atteggiamenti distruttivi e trasformarli in idee e comportamenti utili ed efficaci per la vita.
Osservarci ci permette di rivelare all’altro in forma chiara e sincera cosa succede e come ci sentiamo, a patto che il nostro messaggio non contenga nessun giudizio. 
Se l’osservazione contiene una valutazione, invece,  i nostri messaggi saranno pressoché inefficaci perché l’altro, sentendosi criticato,  opporrà resistenza o si chiuderà.

Imparando a differenziare le osservazioni dai giudizi  diventiamo consapevoli dei condizionamenti culturali che ci limitano.
I pensieri pieni di critiche, colpa, ira non creano un ambiente sano al nostro interno, né con gli altri. La Comunicazione Consapevole e Non Violenta ci invita a centrarci su ciò che desideriamo piuttosto che su ciò che va male in noi e negli altri.

lunedì 21 giugno 2010

Comunicazione non violenta


L'ha inventata Marshall Rosenberg più di trent'anni fà. 
Da allora la insegna in tutto il mondo, anche in zone di guerra, in Rwanda, nei paesi economicamente depressi e ovunque altro ci siano persone, dirigenti d'azienda, politici, diplomatici, educatori, che sentono la necessità di "cambiare registro" e pensano che costruire un mondo in cui si può "essere al servizio della vita" sia ancora possibile.

La Comunicazione Consapevole e Non Violenta  insegna a comunicare in modo autentico, esprimere la propria forza, nel rispetto altrui e di noi stessi, senza essere aggressivi.
Insegna anche a superare, in caso di malessere o disaccordo, la tendenza a "lasciar perdere” per non ferire  o essere feriti. 
Di fronte a un problema  ci aiuta a mettere a fuoco a cosa stiamo reagendo e quali sono i nostri sentimenti e bisogni e ci insegna ad esprimere richieste negoziabili con l'obiettivo di  raggiungere la soluzione migliore per tutti.
"Chiedere" anziché  "ordinare" ci rende capaci di accettare la risposta dell’altro, qualsiasi essa sia, di permettergli di esprimere con chiarezza i suoi sentimenti e bisogni, di chiedere a sua volta e di cercare con noi la soluzione migliore per tutti.  

Il modello è semplice: 4 passi per osservare, sentire e verificare sentimenti e bisogni propri e degli altri.


Osservare i fatti senza valutare
Il primo passo è imparare ad osservare e descrivere in modo chiaro e neutro i fatti concreti che diminuiscono il nostro benessere, informando l'altro in modo preciso su quanto sta succedendo.
Un malessere indica che è successo qualcosa e  che stiamo reagendo a un evento o a una situazione.

Identificare e d esprimere emozioni e sentimenti
Significa fare il punto su come ci sentiamo in relazione a ciò che è successo e che abbiamo descritto.
Ogni fatto scatena in noi sensazioni collegate a pensieri, emozioni e sentimenti.
Prima di valutare se e come reagire è quindi utile domandarsi “Cosa sento?”
Questo passaggio ci può aiutare ad evitare di scaricare  rabbia e malessere sull’altro e ci consente di trovare disponibili molte più opzioni tra cui scegliere. 

Riconoscere le necessità, i bisogni e i valori
Un malessere è solitamente il segnale che un  bisogno o un valore importante sono stati frustrati e che c’è qualcosa di insoddisfatto. Sensazioni, pensieri ed emozioni rivelano i nostri veri bisogni aiutandoci  a capire cosa ci serve, cosa è importante per noi, in che direzione vogliamo andare. 

Esprimere richieste chiare e negoziabili
Consapevoli dei nostri bisogni reali, possiamo imparare impariamo a formulare richieste concrete, in modo efficace, empatico, rispettoso di noi stessi e degli altri. Chiedere significa evitare di dare ordini, manipolare o cercare di obbligare  l’altro a fare quanto vogliamo. Esprimere una richiesta negoziabile è il primo passo per cercare insieme all’altro una soluzione benefica per tutti.

Il metodo è semplice, apparentemente. Ma lo è, appunto, apparentemente. Implica un sincero dialogo con se stessi, una onesta visione di quello che siamo, compresi gli aspetti che preferiremmo non avere e che tanto ci fanno infuriare quando li vediamo negli altri.

Nei prossimi post qualche dritta su ciascuno dei 4 passi elencati. Non risolveranno, ma di sicuro aiutano. 

lunedì 7 giugno 2010

Tutti vendiamo qualcosa. E tu cosa vendi?

Tutti vendiamo qualcosa.
Sempre (o quasi). In modo consapevole o meno.
Anche quelli che cercano di convincerti del contrario.
Anche quelli che mai e poi mai vorrebbero compromettersi con la vendita. Come se fosse una cosa brutta da fare. Ma non lo è o non lo dovrebbe essere.
Anche se ci sono tanti pregiudizi.
Anche ora che i venditori sono tutti “consulenti”… rovinando i consulenti, oppure no, visto che anche loro devono vendere per vivere.
E il succo comunque non cambia.

Tutti compriamo.
Spesso e volentieri, Con gusto o con sacrificio. Ma compriamo.
Anche se non ci piace sentirci pressati.
Compriamo non solo prodotti e servizi, ma anche tante altre cose.
I verbi possono cambiare, possiamo trovarne di più accomodanti, di più graziosi, ma non cambia la sostanza.
"Compriamo" idee, conoscenze, informazioni, attenzione, relazioni ed altro.
Ma non ci piace la gente che ci vende qualcosa.

Per questo ho provato a tracciare una matrice che possa aiutare ad identificare “che cosa vendo” seguendo due variabili chiave: l’orientamento al “prodotto” o al cliente e la razionalità dell’approccio rispetto al lato emotivo-psicologico.


Capire cosa vendo è il punto di partenza per costruirci sopra un piano e soprattutto per cercare di capire a chi potrebbe interessare la nostra offerta.

E' evidente che proporre prodotti e servizi sia poco attraente per chiunque. Eppure la maggior parte delle attività si continua a vendere così.
Offrire vantaggi, soluzioni, benefici sembra decisamente più interessante.
Ma devono essere credibili, differenzianti e unici. Una strada difficile, ma possibile.

C'è poi la possibilità di offrire, idee, opinioni, informazioni, conoscenza, status.
Un'offerta che, in questi ultimi anni, continua a crescere.
In fondo Google offre informazioni, per di più nella maggior parte dei casi gratuite ed è diventato un colosso mondiale.

La strada nuova oggi è legata all'offerta di esperienze e di relazioni.

Idee in proposito?

lunedì 24 maggio 2010

La LEZIONE di Randy Pausch


E' morto due anni fà, decisamente troppo presto.
E' stato un professore universitario.
Insegnava ingegneria.
Eppure la cosa che ha dimostrato di conoscere meglio è la vita.

lunedì 10 maggio 2010

Social Media Revolution 2


Ottimo questo video sullo stato dell'arte nel mondo dei social media.
Numeri davvero impressionanti.... se qualcuno non se ne fosse ancora accorto!